«Con questa crisi, mi dica chi può permettersi di pagare qualcuno che non lavora o che fa finta di lavorare… eliminare le mele marce è questione di sopravvivenza”.

Le dimensioni del problema dell’assenteismo e dell’incapacità lavorativa comportano una serie di forti costi diretti e indiretti. Il fenomeno dell’assenteismo è una vera piaga sociale. Nel privato il fenomeno è più circoscritto rispetto alla giungla del pubblico impiego, con un tasso del 5% contro il 12%. In valore assoluto i casi di assenteismo in un anno sono di circa 11 milioni, di cui 8,9 milioni di «eventi di malattia» che si traducono in genere dai 2 ai 10 giorni di assenza consecutivi.

Il risultato è che se ne vedono di tutti i colori: il dipendente assente per malattia che malato non è, e ufficialmente influenzato va in palestra o alle terme; c’è chi dice di avere un braccio rotto e poi vince il torneo di tennis in Brianza. E poi ci sono quelli che approfittano dei congedi in virtù della legge 104, ovvero dei permessi retribuiti per assistere un familiare portatore di handicap. Ma invece di stare accanto alla madre disabile, si concedono una giornata di shopping, vanno dal parrucchiere; qualcuno è stato sorpreso a farsi una gitarella in una città d’arte a 500 chilometri di distanza dal domicilio.

I costi enormi complessivi di questo fenomeno incidono su tutta l’economia del Paese, tra danni materiali subiti dall’industria e perdita di potenzialità produttiva derivante dalla riduzione della forza lavoro disponibile.

Ogni anno le indennità di malattia riconosciute alle aziende costano all’Inps qualcosa come due miliardi di euro. E Confindustria ha calcolato che «portando l’assenteismo nel settore della PA sui livelli più bassi delle imprese private si risparmierebbero oltre 3,7 miliardi di euro di spesa, attraverso un minor fabbisogno di personale». O quanto meno, a parità di costi, un minore assenteismo aumenterebbe l’efficienza e la qualità dei servizi. Numeri da capogiro per abbattere i quali si fa poco o niente.

I datori di lavoro risentono della natura imprevedibile dell’assenteismo, che obbliga a modificare i programmi di lavoro e ad adottare provvedimenti per sostituire il lavoratore assente. Inoltre, le assenze accrescono i costi dell’impresa (indennità di malattia, pagamenti superiori alla norma, calo della produttività, diminuzione della qualità ecc.) e quindi incidono negativamente sulla posizione dell’azienda nei confronti della concorrenza.

La Cassazione, con la sentenza 25162 , è tornata ad occuparsi della materia: ha ribadito che è legittimo il licenziamento del dipendente che, in malattia, «nei giorni di assenza compiva attività logicamente incompatibili con la patologia stessa – come sollevare una bombola a gas, cambiare una ruota, prendere in braccio la figlia». E i giudici hanno sdoganato definitivamente l’utilizzo degli investigatori: «È legittimo il ricorso a un’agenzia investigativa da parte del datore di lavoro per assumere queste informazioni», naturalmente nel rispetto delle norme sulla privacy.

Nell’83% delle indagini investigative svolte, il lavoratore tiene un comportamento scorretto; il 92% mette in atto comportamenti che compromettono la guarigione e l’8% si mette in malattia per fare un altro lavoro».

Il punto è, quindi, che la lotta all’assenteismo per malattia è per tutelare chi è davvero malato e per colpire chi invece si spaccia da malato ma malato non è (o, almeno, non lo è più). Non solo le aziende sono chiamate a combattere questo malcostume, ma l’appello è rivolto a tutti, lavoratori, medici, politici, cittadini.

Le risorse umane dovrebbero essere un valore aggiunto per le aziende, la componente fondamentale che contribuisce a determinarne il successo. Il dipendente assenteista, oltre a creare danni economici come sopra descritto, causa un vero e proprio danno di immagine all’azienda nei confronti di stockholder e dipendenti. Ecco perché questo fenomeno deve essere arrestato da parte delle aziende con interventi decisi nel verificare l’illiceità dell’assenteismo dei propri dipendenti e dare un segnale univoco a tutta l’azienda.